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Nella fretta della quotidianità, il rischio
maggiore in cui imbattersi è quello di non saper più osservare
ciò che ci circonda, di relegare ad una prospettiva di banalità
ogni aspetto che ricorre. Ciò che cade più frequentemente
sotto i nostri occhi, ciò che si trova più a portata del
nostro sguardo risulta, alla fine, insignificante. I nostri sensi, lasciati
in letargo, talvolta perenne, finiscono per non saper cogliere particolari
e sfumature dell’esistenza ed abbandonano intere aree geografiche
della nostra esplorazione cognitiva.
Da questo desiderio di “risveglio” nasce la ricerca artistica
di Antonio Brignoni il quale, non per caso, sceglie di concentrare l’attenzione
sugli elementi che più di tutti soccombono alla legge dell’insignificanza:
le cose di uso quotidiano.
Su campiture ruvide e distese irregolari, il colore s’impone vigorosamente,
colpisce la vista senza esitazioni cromatiche. Il segno, deciso, delinea
morbidamente le forme ed incide la superficie visibile per portare alla
luce l’essenza sottostante che, dove possibile, esplode creandosi
varchi autonomi nella composizione.
Una metafora pittorica riuscitissima, se si pensa al compito fondamentale
dato al lavoro: svelare sotto la presunta banalità della realtà
visibile, l’esistenza di una dimensione sconosciuta, di un nuovo
punto di osservazione capace di scorgere la bellezza del particolare,
al di fuori del concetto di utilità umana.
Barbara Tansini
Su di un campo a colori contrastanti, come i sentimenti,
si stende la materia, lo strato più esterno, più superficiale,
libero di esprimersi in tutte le proprie ruvidità e voluttà
cromatiche. Una materia a cui è affidato il compito di rendere
tangibile ciò che è privo di consistenza: gli stati d’animo.
Perché la metafora sia compiuta occorre mettere in comunicazione
la parte più profonda con quella visibile. E’ necessario
che la zona che facilmente si percepisce con i sensi conosca quella
invisibile che riesce talvolta ad esplodere in varchi autonomi di colore.
In questo gioca un ruolo fondamentale il segno, un tratto che si rifiuta
di essere solo un semplice confine delle forme e del colore, ma che
si impone: incide vigorosamente la composizione creando un passaggio,
una via di manifestazione dei sentimenti più profondi facendoli
filtrare senza esitazioni.
Un segno che gioca con i simboli umani con il candore e la genuinità
del mondo dell’infanzia dove le regole razionali non contano e
dove ciò che si rappresenta non corrisponde alle dimensioni della
realtà bensì alle dimensioni emozionali.
Si tratta di simboli riconoscibili, diretti, liberi da mediazioni al
fine di stimolare l’osservatore a compiere il percorso di scoperta
su sé stesso e permettergli di raggiungere lo stato d’animo
sotto al quale si cela il mondo segreto dei sentimenti.
Barbara Tansini (2004)
Nell'opera di Antonio Brignoni appare in modo
sensibile la pascoliana poetica del "fanciullino" che sa guardare
la realtà con occhi puri. Con quello stupore, come se fosse sempre
la prima volta, sa stabilire segrete relazioni tra le cose: le cose
piccole diventano grandi, le grandi piccole, e tutto si anima di una
significanza profonda, primordiale. Al di là del fenomeno il
noumeno: la vera essenza della realtà.
Così la sua opera è capace di far riemergere in noi, in
una sorta di maieutica antica, quel “fanciullino" assopito
e gustare,da adulti, una quotidianità al di fuori di regole schematiche
e rigide. Ci coglie con stupore una materia che si fa palpitante proprio
perché così vicina alla profondità dell'essere
" bambini", un segno inciso nel colore che si allarga all'oggetto
non per essere sfondo ma oggetto stesso. Per questo le sue opere hanno
una luce particolare, un senso di profonda leggerezza, direbbe Calvino.
Dolores Boretti (2001)
La casa, nido protettivo e rifugio, le cose d’uso quotidiano,
tavoli, contenitori, tazze, e ancora nuvole, metafore di paesaggi interiori,
l’universo di Antonio Brignoni è denso di oggetti dal forte
contenuto simbolico che rimandano ad una dimensione ingenua e lirica.
Un alfabeto pre-logico, segni e macchie, che forse nascondono l’identità
dell’uomo contemporaneo, rannicchiato tra le pieghe dell’agire
quotidiano, nelle traccie lasciate ovunque, inconsapevolmente. Piccolo
Woodstock dalle impronte leggere con lo sguardo rivolto ai colori del
cielo o al fondo del piatto. Un uomo sconosciuto, cercato, indagato
nella sua profonda individualità, alla ricerca del suo rapporto
con l’altro. L’evidente tratto grafico è scelto come
medium di un linguaggio simbolico, metafisico, impiegando anche materiali
comuni come scatole di cartone ed altri “pezzi di quotidianità”,
lasciando visibili tracce della loro origine. L’utilizzo di supporti
sempre diversi, tratti casualmente da ciò che ci circonda, impregna
tutta l’opera di significato: “noi siamo in tutto quello
che facciamo” ci ricorda Brignoni che, dopo esposizioni collettive
e personali in Italia ed una significativa segnalazione dall’Ufficio
Italiano di Cultura a Tokyo per le manifestazioni dell’Italian
Year, è tuttora in cammino verso la scoperta di nuove potenzialità
semantiche della materia.
Matteo Daffadà (2004)
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